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Piero Amerio — Consulente fiduciario del valore immobiliare

Lo spirito poetico: la facoltà che ci rende umani

Ho letto un saggio di un ricercatore americano sul pensiero di Daisaku Ikeda — filosofo, educatore e leader buddista giapponese (1928-2023) — riguardo all’intelligenza artificiale. Mi aspettavo le solite riflessioni sull’etica degli algoritmi, sul futuro del lavoro, sui rischi esistenziali. Ho trovato invece un pensiero rivoluzionario e potente. Un’idea che ribalta il problema: non dobbiamo combattere la tecnologia né temerla. Dobbiamo sviluppare ciò che ci rende davvero umani — quella dimensione in cui ragione e intuizione non si oppongono ma si nutrono a vicenda, in cui il pensiero analitico e lo spirito poetico sono entrambi aspetti correlati della stessa saggezza umana. Non preoccupiamoci tanto di ciò che faranno le macchine, coltiviamo piuttosto ciò che è specificatamente umano perché è la qualità dell’intuizione a determinare la direzione verso cui l’enorme potere della scienza sarà diretto.

«Il progresso umano non è dovuto alla ragione ma all’approfondimento e al miglioramento qualitativo dell’intuizione che ispira la ragione.»

La tecnologia non è il problema

Ikeda riconosceva che l’informatica e l’intelligenza artificiale hanno reso la vita più comoda, migliorato le connessioni tra le persone, trasformato il modo in cui elaboriamo e condividiamo la conoscenza. Non era un luddista. Non considerava realistico rifuggire la scienza e la tecnologia.

Eppure avvertiva che la loro espansione rischiava di consolidare un orientamento già esistente negli esseri umani — la supremazia della ragione — semplificando e standardizzando il nostro modo di pensare fino a restringere la nostra stessa visione di cosa siamo. La minaccia non arriva dall’esterno. Nasce da dentro, da come scegliamo di usare — e di essere usati da — gli strumenti che costruiamo.

Ragione e intuizione non sono in competizione

Per secoli il pensiero occidentale ha trattato ragione e intuizione come facoltà opposte. Da un lato il rigore analitico, misurabile, scientifico. Dall’altro qualcosa di vago, inaffidabile, pre-razionale. Un’eredità da tenere separata dal pensiero serio.

Henri Bergson distingueva due modalità di conoscenza: l’analisi, che gira attorno a un oggetto, lo scompone in elementi misurabili, lo conosce sempre da fuori, relativamente, a partire da un punto di vista esterno; e l’intuizione, che entra nell’oggetto, coincide con ciò che ha di unico e inesprimibile, lo conosce dall’interno.

La ragione costruisce mappe precise e utili. L’intuizione abita il territorio.

Non si escludono — si nutrono a vicenda. L’intuizione è corretta e chiarita dalla ragione. La ragione, senza intuizione, gira a vuoto: elabora simboli che rappresentano la realtà senza mai toccarla davvero. Il progresso umano reale nasce dall’approfondimento qualitativo dell’intuizione che ispira e orienta la ragione. La ragione è al servizio dell’intuizione, non il contrario.

Blaise Pascal aveva già visto questa tensione con la distinzione tra esprit de géométrie — la mente che procede per analisi e deduzione — e esprit de finesse — la mente che coglie la complessità in modo immediato e globale, che percepisce d’un colpo ciò che l’analisi raggiungerebbe solo per gradi. Una civiltà sana fiorisce quando queste due dimensioni sono in equilibrio creativo. Quello che viviamo oggi è lo squilibrio opposto: la mente geometrica ha preso il sopravvento — non perché sia superiore, ma perché è misurabile, dunque premiabile, dunque dominante.

Shigokoro

Shigokoro. In italiano: mente/cuore/spirito poetico.

Non è sentimentalismo. Non è emotività vaga contrapposta al rigore. È una facoltà cognitiva specifica — forse la più specificamente umana — che include al tempo stesso la dimensione estetica, sensoriale, temporale, esperienziale e spirituale.

In giapponese esistono due omofoni per “intuzione”: 直感 (chokkan) che denota sensazione viscerale, istinto immediato, e 直観 (chokkan) — stesso suono, carattere diverso — che trasmette contemplazione profonda, percezione diretta della pienezza dell’essenza. Ikeda usa sistematicamente il secondo. Non è una sfumatura: è la distanza tra reazione e visione.

Lo spirito poetico è la fonte dell’immaginazione umana. Trasmette speranza, infonde coraggio, permette di percepire l’armonia e l’unità delle cose. Dà la forza di trasformare la desolazione in ricchezza interiore e creatività. I poeti — e Ikeda parlava ai poeti di tutto il mondo — percepiscono il potenziale illimitato dell’individuo che trascende le trappole della società, riconoscono il legame che unisce tutta l’umanità e la complessità della rete invisibile della vita. Non perché siano più intelligenti. Perché guardano con uno strumento diverso.

Tsunesaburō Makiguchi, pedagogista giapponese e fondatore della Soka Gakkai, sosteneva qualcosa di analogo: mentre gli scienziati si concentrano sull’astrazione del generale, poeti e artisti identificano il particolare rappresentativo — colgono attraverso un oggetto specifico le caratteristiche essenziali di un’intera categoria, cercando di rappresentarle dall’interno della propria mente. E usava, come Bergson, la parola simpatia per descrivere questo processo: una forma di conoscenza che richiede di entrare nell’oggetto, non solo di misurarlo dall’esterno.

L’intelligenza artificiale fa esattamente l’opposto: ragiona su simboli, parole, schemi, pattern. Li elabora con velocità e coerenza straordinarie. Ma i simboli rappresentano la realtà — non sono la realtà. C’è sempre qualcosa che sfugge alla rappresentazione: l’ineffabile, il qualitativo puro, ciò che si percepisce ma non si codifica. L’AI, nella migliore delle ipotesi, può avvicinarsi alla realtà. Non afferrarla.

L’atrofia di ciò che non si misura

Ikeda temeva qualcosa di più sottile della macchina stessa: che la dipendenza eccessiva dal mondo virtuale comprimesse le capacità umane intrinseche e tagliasse le connessioni che definiscono l’umano. Che le persone, abituate al condizionamento della realtà virtuale, diventassero recettori passivi di immagini programmate. Che le facoltà attive — pensiero critico, capacità di decidere, empatia, immedesimazione nell’altro — tendessero ad atrofizzarsi.

Non per colpa delle macchine. Per assenza di scelta consapevole.

Citava Heidegger — non per nostalgia del passato, ma per precisione diagnostica: ciò che lascia davvero sconcertati non è la tecnologia in quanto tale, ma la grottesca inadeguatezza della nostra risposta alla sfida che essa presenta.

Un paradigma a misura di vita

La risposta non è il rifiuto della tecnologia. È un cambio di paradigma.

Quello che Ikeda chiama paradigma a misura di vita è una proposta precisa: smettere di credere che ampliare le capacità umane significhi andare nella direzione della supremazia della ragione — sempre più integrata con le macchine — e sviluppare consapevolmente quelle qualità che ci rendono pienamente umani, individualmente e collettivamente, in relazione agli altri, alla natura, alle nostre creazioni.

Lo spostamento è da “io penso” — nella sola accezione cartesiana, che riduce tutto alla facoltà dell’intelletto — a “io sento”, “io vivo”, “io sono in relazione”. Non è anti-intellettualismo. È una domanda di completezza.

La ragion d’essere di qualsiasi civiltà, sosteneva Ikeda, è proteggere la dignità della vita. E la patologia della civiltà moderna — quella che ha inseguito efficienza e comodità come valori supremi — ha creato una sete di significato che i computer non possono soddisfare.

Nel mio lavoro

Lavoro con le persone in uno dei momenti più carichi di significato della loro vita. Si parte sempre dai dati — prezzi, tendenze, comparabili, mercato — e si costruisce su quelli una strategia. Ma dopo anni di esperienza ho capito che raramente sono i dati da soli a determinare l’esito di una trattativa. Le persone decidono per ragioni che i numeri non contengono.

La fiducia, la lettura di ciò che una persona non dice ma comunica, la capacità di capire cosa sta cercando davvero al di là di quello che dichiara — tutto questo non sostituisce l’analisi dei dati. La orienta. Determina la direzione verso cui quella strategia viene indirizzata, e quindi il suo esito. È quella forma di simpatia cognitiva di cui parlava Bergson: entrare nell’altro, non solo analizzarlo.

Un algoritmo può dirmi il valore di un immobile con una precisione che non raggiungerò mai da solo. Non può dirmi perché quella persona, in quel momento, con quella storia, sta facendo quella scelta. E spesso è proprio lì — in quello spazio non codificabile — che sta il punto critico. L’intelligenza artificiale può comparare prezzi, ottimizzare visibilità, analizzare tendenze. Non può cogliere ciò che vive nel tono di una risposta, nell’esitazione di un silenzio, nella distanza tra ciò che viene detto e ciò che viene davvero cercato.

Non ho paura dell’intelligenza artificiale. La uso, la studio, cerco di capire dove può aiutarmi e dove rischia di distorcere il giudizio.

Quello che mi preoccupa è che la velocità del progresso tecnologico ci convinca, lentamente, che ciò che non si misura non esiste. Che ciò che non si automatizza non vale. Che la ragione sia sufficiente e l’intuizione sia un optional.

Come diceva Ikeda: per quanto la tecnologia della comunicazione possa progredire, ciò che conta è la gente. L’individuo — il carattere di ogni individuo — è l’imprescindibile creatore e protagonista della cultura.

Lo spirito poetico non è un lusso. È la condizione perché tutto il resto abbia senso.


Questo articolo è stato ispirato dalla lettura del saggio di Jason Goulah “Ikeda Daisaku on Artificial Intelligence and Existential Happiness: Intuition, the Poetic Mind, and Human Education at the Posthuman Turn”, pubblicato su The Journal of Oriental Studies, vol. 33, febbraio 2024.

🪞 Questo articolo fa parte della serie “Dietro le Porte”, in cui racconto storie del quotidiano e dinamiche non scontate del mestiere di mediatore immobiliare.

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✍️ Piero Amerio – Mediatore Immobiliare Indipendente a Torino e autore della serie “Dietro le Porte”, dove unisce cultura, strategia e umanità nel racconto del mercato immobiliare contemporaneo.

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